Ho sempre desiderato essere musica. Non soltanto padroneggiare uno strumento per riprodurla, ma essere musica: ossia vibrare all’unisono con i sentimenti sprigionati da tutto ciò che vive, comprenderne l’essenza e ‘farmi strumento’ per esplicitarla a mia volta. Quando ero piccolo, la musica era per me racconto, indagine e intrattenimento: quello che non imparavo a casa o a scuola, mi pareva di impararlo attraverso i suoni. Ricordo le suggestioni così potenti e mai sgarbate di compositori e di autori immortali che si servivano di frequenze e melodie per descrivere la realtà in una forma universalmente comprensibile, chiara e piena di senso, anche nell’esprimere dubbio e incertezza: ho vibrato carico di pietà ascoltando Mozart, carico di euforico entusiasmo ascoltando Beethoven, di nostalgia straziante ascoltando Debussy, di mistero macabro ascoltando Orff e di caotico panico ascoltando Ligeti. Mi pareva di comprendere lo spirito dei francesi tramite la voce di Edith Piaf, il sapore sensuale dell’Andalusia tramite Segovia e Paco De Lucia, l’odore acre delle colonie tramite Robert Johnson e Aretha Franklin, la vastità grandiosa e spoglia dell’Africa affranta, coraggiosa e piena di speranza tramite Miriam Makeba.
Ho desiderato tanto essere musica da bambino e lo desidero ancor di più ora che sono grande. Ma non credo di potermi realizzare in questo. Non adesso, per lo meno. Non adesso che la musica è mortificata, ridotta a carcassa deperita, privata della sua funzione e derisa da un folto ed accanito manipolo di affaristi di passaggio: la musica ridotta ad espressione di intrattenimento a tutti i costi, svuotata di senso per motivi di profitto e riempita di distrazioni frastornanti per motivi di ‘ordine pubblico’.
Non utilizziamo più la musica per raccontare noi stessi, ma ci ostiniamo a ripetere storie passate di cui non siamo stati testimoni. Scimmiottiamo scenari sonori altrui e, così facendo, continuiamo a descrivere tempi che non ci appartengono e a trascurare quelli in cui viviamo. E anche se l’intento fosse quello di tramandare la storia di quelle epoche, perché non lasciare, quanto meno in prevalenza, che siano loro a parlarne, con le loro voci ed attraverso i suoni che hanno pensato, modulato, architettato e ingegnerizzato da pionieri senza pari? Noi parliamo di noi.
Per anni ho suonato in centinaia di concerti ed incontrato talenti indiscutibili, capaci e meritevoli. Eppure nessuno ce l’ha fatta. Nessuno. Anche il carisma più evidente e coinvolgente è stato lasciato solo, al suo warholiano quarto d’ora di celebrità per poi essere relegato, nella migliore delle ipotesi, alla sua piccola nicchia di sostenitori irriducibili. Forse perché non vende? No, questo è un falso mito: strategie di mercato efficaci vendono anche l’invendibile e la loro influenza è tale da poter attrarre centinaia di milioni di persone che, seguendo la moda imposta, cliccano – ad esempio – miliardi di volte un brano su YouTube che non sa di nulla, né aggiunge alcunché di interessante o di nuovo nel vocabolario musicale.
Penso a John Lennon, Paul McCartney, Freddie Mercury, Jimi Hendrix, Roger Waters, Joni Mitchel, Janis Joplin,Bruce Springsteen, Bob Dylan, Nusrat Fateh Ali Khan, Jeff Buckley, Michael Jackson, Angus Young e a tutti i grandi del Rinascimento musicale del XX secolo, e li rimpiango. Più ancora, rimpiango le condizioni che hanno permesso ai loro talenti di svilupparsi e di raggiungere risultati così elevati e così spesso sublimi. Mi hanno ispirato, consolato, guidato, e ora mi sento orfano. Peggio, mi sento in una certa misura compartecipe nel non aver messo a frutto l’eredità che hanno consegnato ai nostri tempi affinché la musica evolvesse in forme ancor più ricche e stupefacenti, usando quel vasto patrimonio come trampolino per raggiungere vette assai oltre. Il loro spirito è vivo, non ho dubbi; ciò che mancano sono le condizioni affinché questo spirito, ora, si sviluppi.
Se fossi certo di potere avere un desiderio esaudito, mi rivolgerei proprio a quanti tra di loro ancora operano nella musica ed esprimerei questo: riunite le forze e passate il testimone. Aiutateci a produrre lo stesso tipo di esperienze sonore in cui avete creduto e permettete ai tanti fiori che vengono estirpati anzitempo di crescere ed emanare le loro fragranze in tutto il loro potenziale. Affinché possano nuovamente porsi al servizio della musica per raccontare chi siamo, cosa desideriamo e cosa temiamo.

2 Commenti
  1. Stefania Salvai 1 anno fa

    Analisi lucida e consapevole di un’amara realtà. Viviamo tutti le conseguenze di un meccanismo che si è inceppato. Ad un certo punto la vecchia generazione non ha più trovato la via e il linguaggio per trasmettere alle nuove leve un certo tipo di educazione alla musica, all’ascolto genuino, all’attenzione di un bene che, se ben coltivato, può diventare nutrimento e testimonianza sincera di un’epoca. Dall’altra, una generazione sorprendente e potenzialmente capace, al contempo distratta da stimoli inutili e privi di contenuti, è diventata sintomo evidente di uno scenario storico vacuo, improntato sull’indagine superficiale (mai profonda) e sull’apparenza ( mai sulla sostanza). Riunire le forze e passare il testimone è decisamente cosa complessa, ma non posso e non voglio credere che non si possa fare ancora qualcosa.

  2. FenderJazz 1 anno fa

    Sottoscrivo lettera per lettera. E spero che l’appello venga ascoltato, anche se purtroppo dubito.

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