Reduce dalle fatiche di Ulisse e dalla riuscitissima impresa di rendere la cultura protagonista nella fascia di prime time il sabato sera su Rai 1, Alberto Angela potrà ora senz’altro godere dei sorprendenti risultati ottenuti nelle scorse settimane dalle sue trasmissioni, nonché di una buona dose – lo speriamo per lui e per la troupe di collaboratori – di meritato riposo.

Le richieste di un ritorno immediato in televisione, tanto dei contenuti quanto dello “stile Angela” con cui vengono divulgati, sovrabbondano e danno la cifra dell’appetito di conoscenza di una grandissima porzione del pubblico televisivo italiano, che dimostra di apprezzare e desiderare voracemente un intrattenimento approfondito, educato, elegante, coinvolgente, definito da molti addirittura suadente, dedicato al racconto delle meraviglie storiche, scientifiche ed artistiche dell’Italia e del mondo. Senza, inoltre, chiudere gli occhi di fronte agli orrori, ma al contrario immergendovisi con coraggio e discrezione, commuovendosi nello sforzo doloroso di ricordare e, per quanto possibile, di comprendere.

Mentre gli estimatori di Angela hanno già cominciato a fare il conto alla rovescia delle settimane che li separano dalla ripresa di Meraviglie, in questo episodio di IntArtView With/Creativi di Fatto vi proponiamo un approfondimento che punta i riflettori su un’altra storia: quella di Alberto. Dall’emergere della passione giovanile per le origini dell’Uomo, passando attraverso le numerose spedizioni paleoantropologiche avvenute in tutto il mondo prima dell’esperienza televisiva. Per approdare, infine, alla considerazione del ruolo che storia e creatività giocano nella sua vita tra le dimensioni di passato, presente e futuro.

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Prendiamo un pizzico di crisi, una dose abbondante (ahinoi per molti) di riduzione del potere di acquisto personale, mescoliamo con crescenti sensibilità e preoccupazione nei confronti dello stato di salute del nostro ecosistema; infine, aggiungiamo una noce di conoscenza delle tecniche di autosufficienza del passato, inforniamo il tutto per il tempo necessario e prepariamoci a servire l’autoproduzione!

Anche i più estranei e distanti dalle pratiche del fai-da-te, hanno assistito negli ultimi anni all’affermarsi di sempre più numerose e significative tendenze al consumo consapevole ed al riemergere di attività di produzione in proprio di beni di prima necessità: saponette, deodoranti, detersivi, creme, cosmetici, antiparassitari, prodotti alimentari, fino ad elementi di arredo per l’abitazione e per l’ufficio, non più richiesti ed acquistati al supermercato, bensì autoprodotti in casa (oppure in classe, attraverso scuole avviate sull’intero territorio nazionale che promuovono l’arte del “saper fare”). Si tratta di un ritorno al passato per lo più nostalgico e, tutto sommato, irrilevante nei confronti delle dinamiche di mercato, oppure di una trasformazione di usi e costumi in grado di coniugare progresso e tradizione in nuove forme di sostenibilità ed armonia e di garantire maggiore benessere all’intero ecosistema?

 In questo episodio di Creativi di Fatto, insieme a Lucia Cuffaro – conduttrice dal 2012 della rubrica Chi fa da sé per la trasmissione Uno Mattina in Famiglia su Rai Uno, scrittrice, ecodivulgatrice e presidente nazionale del Movimento della Decrescita felice, fondato nel 2007 da Maurizio Pallante proprio per sostenere la riduzione selettiva dello spreco di merci causato dalla sovraproduzione economica – approfondiamo i principi di base dell’autoproduzione e scopriamo in cosa consiste il processo creativo che porta alla realizzazione di un “autoprodotto” fatto in casa.
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Alcuni adolescenti, sovraesposti all’utilizzo di potentissimi dispositivi digitali sin dalla tenera età, ne diventano assuefatti e dipendenti, come colti da un morbo spietato che non concede facili disintossicazioni e nemmeno vie d’uscita. Altri no. O meglio: li utilizzano meno, con criterio e parsimonia. E preoccupati dall’aggravarsi delle condizioni dei loro compagni sempre più alienati e assenti, decidono di utilizzare la tecnologia informatica per sconfiggere la dipendenza dagli smartphone, creando un virus in grado di essere diffuso sui cellulari dei loro amici e di liberarli dal malefico incantesimo.

Questa la trama di un divertente cortometraggio ideato e realizzato da un gruppo di giovanissimi studenti della Scuola media dell’Istituto Altiero Spinelli di Torino, 18 alunni di età compresa tra gli 11 ed i 13 anni che, dopo aver appreso tecniche di creatività, collaborazione, narrazione, regia, riprese, grafica e sonorizzazione durante il corso di Creatività digitale applicata all’informatica proposto dalla Scuola, hanno scritto, diretto e prodotto il lavoro. Loro in primis, insomma, hanno utilizzato con criterio e parsimonia (90 minuti a settimana) la tecnologia informatica e il Web digital per dare voce e forma a un pensiero che sentivano la necessità di esprimere, riguardo ai rischi di un utilizzo eccessivo e sconsiderato di computer, tablet e cellulari che sembrano diventare sempre più smart di chi li possiede.

“Il risultato a cui i ragazzi sono giunti – racconta Gian Lorenzo Lagna, curatore e docente del corso – è una preziosissima testimonianza che ci mostra con humor e intelligenza come la loro generazione si stia rapportando alla pervasività che la tecnologia informatico-comunicativa esercita nelle loro vite”. Argomento sempre più dibattuto su scala planetaria e a tutti i livelli, fino all’ultimo accorato allarme lanciato pochi giorni fa da Sean Parker – fondatore di Napster e primo presidente di Facebook – che, riferendosi alla vulnerabilità della psicologia umana rispetto a ciò che accade su piattaforme basate su principi di inclusione e di appartenenza sociale in relazione a like, commenti e condivisioni, ha affermato: “Solo Dio sa cosa sta succedendo al cervello dei nostri piccoli”.

“Beh, allora domandiamolo a loro – continua Lagna – in modo che anche i “grandi” lo comprendano e possano accompagnarli nel processo di Educazione informatica necessario per comprenderne e fugarne i rischi e al contempo trasformarli, ogni qualvolta possibile, in opportunità”. Ecco quindi la risposta dei ragazzi: chissà che prendendo spunto dalle loro suggestioni, la soluzione non riesca a giungere più semplice di quanto i “grandi” possano immaginare.

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“Prima di iniziare questa vita vagabonda avevo 27 anni, vivevo in un paese della provincia di Venezia, lavoravo come dipendente e la ragazza che amavo da una vita si era appena sposata. Mi sentivo in gabbia. Avevo un amico che come me voleva scappare dalla routine e un giorno, seduti al tavolo della cucina di casa mia, guardammo la piantina del mondo appesa al muro e puntammo il dito a caso. Si fermò sull’Australia. Quando andai dal dirigente del mio ufficio e gli dissi che me ne sarei andato, lui mi chiese se volevo un aumento. «No – gli risposi – voglio viaggiare»”.

Così Luca De Giglio, noto sul web come TripLuca, ha deciso di dedicare la sua vita al viaggio e di esplorare in lungo e in largo il pianeta per relativizzare la sua educazione, la sua morale e la sua cultura, attraverso un confronto incessante con il maggior numero possibile di esperienze oltre l’abitudinario, il consueto e il famigliare.

“Il viaggio è stato per me l’unico modo per avere idee. Vivere in viaggio era come vivere nel futuro, le idee mi venivano quasi regalate dal fatto di trovarmi in realtà nuove e dopo il primo anno, non avendo più soldi e l’esigenza forte di non tornare a essere risucchiato nel lavoro dipendente, mi ha costretto a essere creativo per ottenere risultati”. Alcuni la considerano una questione di coraggio e temerarietà, altri d’incoscienza; per altri ancora, invece, viaggiare (o “migrare”) dipende esclusivamente da un’assoluta mancanza di alternativa. In ogni caso, per quanto più o meno consapevole e per quanto scelto più o meno liberamente, qualsiasi viaggio non può che allontanarci da certezze consolidate e avvicinarci a incertezze travolgenti, obbligandoci a misurarci con la possibilità di trasformare significativamente il senso del nostro agire e del nostro pensare.

In questo episodio di IntArtView With/Creativi di Fatto, insieme a Luca TripLuca De Giglio scopriamo in cosa consiste la dimensione del viaggio scelto come dimensione totalizzante di vita e in che modo la creatività può rivelarsi una compagna essenziale per affrontare le innumerevoli prove e sfide del viaggiare.

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Il 30 Marzo di quest’anno, 25 studenti del triennio del Liceo Scientifico Statale “Galileo Ferraris” di Varese hanno partecipato al seminario di Creatività Digitale applicata alla Tecnologia Web Digital di Jai Guru Deva. Proposto all’interno del progetto “La Scienza Narrata”, il seminario ha permesso agli studenti di sperimentare l’applicazione del metodo di Creatività Applicata in forma partecipata secondo il sistema della Creatività e dell’Inventiva del Network dei Creativi.

L’obiettivo del gruppo di lavoro è stato di creare una storia di carattere scientifico. Partendo dall’attività del percepire, attraverso i sensi, 12 elementi della realtà (ovvero: un gruppo di 4 studenti del liceo; una scuola sulla spiaggia; un professore; un laboratorio di chimica; un ragazzino solitario; il progetto di una barca; un fratellino piccolo; equipaggiamento per immersione; uno scienziato pazzo; un laboratorio sottomarino segreto; acqua inquinata; una tartarughina fluorescente), al gruppo di studenti è stato richiesto di immaginare relazioni inedite tra di essi, ordinandoli narrativamente in base ai ruoli di protagonista, antagonista, spalla, oggetto del desiderio e tensione verso il raggiungimento dell’oggetto.

Successivamente, il gruppo ha iniziato a collaborare alla creazione di una struttura narrativa compiuta. Ideata la storia e definito l’intreccio, il gruppo di creativi ha quindi cominciato a concretizzarlo in forma scritta e disegnata, attraverso strumenti informatici di editing ipertestuale e di design cartoonistico e fumettistico. Leggete e guardate che risultati!

Ecco il racconto realizzato in forma scritta:

Ed ecco il racconto realizzato in forma fumettistica:

Davvero un enorme complimenti a tutti gli studenti creativi coinvolti!! Ve li presentiamo.

HANNO PARTECIPATO ALL’ESERCIZIO DI PERCEZIONE:

Federica Paruolo, Camilla Martin, Cinzia D’Orsi, Elena De Pellegrin, Matteo Ziliani, Albayan Moukett, Linda Perrotta.

HANNO PARTECIPATO ALL’ESERCIZIO DI IMMAGINAZIONE:

Marianna Cis, Niccolò Ghislanzoni, Matteo Ziliani, Federica Paruolo, Cinzia D’Orsi, Elena De Pellegrini, Camilla Martin, Valentina Guariglia, Chiara Giuli, Elisa Tang, Albayan Moukett, Matteo Aquila, Sara Visconti, Linda Perrotta, Alessandro Gorini, Chiara Pannullo, Andrea Quamori Tanzi, Elisabetta Bonaglia, Eleonora Nardin, Bianca Valentini, Camilla Tocci, Leonardo Rossi, Andrea Bertacco, Edoardo Bogni, Rebecca Ballerio.

HA REDATTO IL RESOCONTO:

Edoardo Bogni.

REVISIONE E STESURA FINALE:

Gian Lorenzo Lagna (Jai Guru Deva).

Cosa succede quando uno Stato in grado di garantire un considerevole ammontare di diritti ai propri cittadini si apre a relazioni economiche con altri Paesi che versano in condizioni di assai minori garanzie e tutele? E’ probabile che la maggior parte di noi ritenga che, a quel punto, le abitudini virtuose dello Stato con maggiori diritti siano in grado di influenzare positivamente le viziose del Paese che ne ha meno, trascinandole con spinta propulsiva verso un inevitabile adeguamento migliorativo; eppure, questa speranza pare destinata a valere unicamente in linea teorica perché ciò che osserviamo nella pratica è l’esatto opposto: e cioè che chi ha più diritti invece di mantenerli ne perda in abbondanza e chi ne ha meno ne acquisisca solo in apparenza.

Per questo, le aperture economiche seguite ai recenti processi di globalizzazione incontrano sempre più critiche sia da parte di chi si vede sottrarre i diritti che considerava a fondamento del suo essere ed agire (in particolare nel Vecchio Continente); sia da parte di chi, superata l’euforia dell’avvio di sviluppo presentatosi in veste di boom economico, si sente ora più sfruttato che incluso, valorizzato e garantito (in particolare in Cina e in India). Ecco dunque che ciò che con sempre maggior vigore si propone come rimedio è l’esatto contrario della globalizzazione economica, ovvero: la localizzazione.

In questo nuovo episodio di IntArtView With, insieme ad economisti e a filosofi come Michael ShumanManish JainSerge LatoucheMaurizio PallanteHelena Norberg-HodgeGloria Germani Rob Hopkins, puntiamo i riflettori su pratiche di localizzazione già in atto nel mondo, per capire in che modo e con quale efficacia siano in grado di rispondere alle esigenze di sviluppo del 21° secolo.

Per vedere l’articolo ed il video nel Blog “Creativi di Fatto” di Jai Guru Deva su Il Fatto Quotidiano, clicca qui.

Credo che la Creatività e l’Innovazione siano forze fondamentali che stanno trasformando il mondo: in ogni angolo del globo, l’Economia Creativa sta crescendo più velocemente del manifatturato e dei servizi tradizionali, per cui i Paesi che si concentreranno su creatività ed innovazione saranno quelli in grado di espandere le proprie economie e di diventare sempre più solidi”.

A poche settimane dal refendum del Brexit, Jai Guru Deva ha incontrato John Howkins, l’autore britannico che nel 2001 concepì e popolarizzò il concetto di Economia Creativa attraverso il libro “The Creative Economy – How People Make Money From Ideas”: tradotto in 11 lingue e diventato poi best-seller internazionale, il resoconto di Howkins si dedicava all’analisi dell’inedito rapporto tra creatività individuale ed economia di mercato, evidenziando come l’industria interessata alla produzione di servizi o beni attraverso l’impiego delle capacità creative della propria forza lavoro (come per i settori delle Arti Performative e Visive, della Moda, di Musica, Cinema, Pubblicità e Televisione, Software per l’Informatica e per l’intrattenimento e, più in generale, per tutti quei settori che richiedono come requisito produttivo necessario l’innovazione), avrebbe potuto assicurare ai nuovi sistemi economici del terzo millennio maggiori garanzie di sviluppo e di diffusione di benessere rispetto alle tradizionali economie “ripetitive” del manifatturato e dell’assemblaggio.

Dalla pubblicazione del libro di Howkins, il dibattito si è esteso a livello internazionale e nel 2008 l’ONU propose agli allora 192 Stati membri un’attenta discussione riguardo alla commistione tra “creatività, cultura, economia e tecnologia, intesa come abilità di creare e far circolare capitale intellettuale in grado di generare guadagno, nuovi posti di lavoro, e di promuovere al contempo inclusione sociale, diversità culturale e sviluppo umano”, attraverso il “Creative Economy Report” che, per la sua inedicità, venne definito come “il primo a presentare le prospettive delle Nazioni Unite su questo nuovo, eccitante argomento”. Ancora oggi i nodi del dibattito sono tutt’altro che risolti ed i tavoli di confronto procedono spesso a velocità differenti: in Italia, ad esempio, il primo rapporto sull’Economia Creativa, intitolato “Italia Creativa _ Primo studio sull’Industria della Cultura e della Creatività in Italia”, è stato presentato nel Gennaio del 2016 e – prosegue Howkins nell’intervista di Jai Guru Deva – “ci sono molti Paesi di grande “peso” demografico – come la Russia, il Brasile, l’India e l’Indonesia – che fondamentalmente non sono ancora entrati nel confronto internazionale creativo in qualità di attori principali. Credo che ciò a cui assisteremo sarà allo sviluppo di differenti elementi di creatività a velocità diverse”. Ecco l’intervista integrale.

Gli ambienti di lavoro stanno attraversando in tutto il mondo un periodo di significativa trasformazione rispetto alla prassi lavorativa a cui il dopoguerra ci aveva abituati: qual’è la sua opinione riguardo a ciò che sta accadendo in Europa?

“L’Europa ha un’incredibile tradizione ed eredità culturale: ha una popolazione brillante e con un buon grado di educazione; è formata da Paesi che parlano lingue differenti, con un altissimo grado di diversità, di vitalità e – al momento – con un buon livello di interazione tra gli Stati membri. La maggior parte delle più importanti imprese europee è stata dominante per molto tempo, molte di esse sono state possedute da famiglie e supportate da alcune forme di protezione o di sussidio statale. Tuttavia, in generale in questo momento ciò in cui risultiamo carenti é nel generare nuove imprese in grado di dominare il proprio settore e nell’inventare, sviluppare e possedere nuove compagnie, per poi affermarle come operatori di rilievo su larga scala a livello globale“.

L’Economia Creativa può aiutare l’Europa a risolvere queste criticità?

“L’Economia Creativa si basa sullo sviluppo di idee il cui valore dipende dal grado di creatività e di innovazione che riescono a generare, nonché sulla capacità di farle accettare dal mercato. E questo in Europa già avviene. Ciò che ancora non avviene in questo momento è lo sviluppo di questa Economia attraverso l’investimento di capitale sufficiente, che possa competere a livello internazionale. Per citare un esempio: l’Europa ha un’incredibile eredità e ha abilità impressionanti nel produrre Cinema; ma i film che sono finanziati, prodotti e “Made in Europe” rappresentano una minuscola proporzione del mercato cinematografico globale. Ancora, in termini di compagnie del settore Tech, abbiamo un certo numero di eccellenze con un valore di mercato di poco più di un miliardo di Euro, ma non siamo ancora riusciti ad oltrepassare questo traguardo e perciò il mondo della tecnologia, delle App, dell’online e del digitale è dominato dalla Russia, dall’America e dalla Cina. In altre parole: abbiamo le abilità intellettuali e la nostra creatività non è in discussione; ma l’ambizione e gli investitori che potrebbero investire sono ancora un problema, non abbiamo ancora sviluppato l’appetito per il rischio e per lo sviluppo a lungo termine che riscontriamo in altri Paesi”.

Come possono i Governi d’Europa sostenere lo sviluppo dell’Economia Creativa?

“Questa è una domanda molto “europea”. E’ una domanda che mi viene posta anche in altre parti del mondo, ma non ad esempio in America: gli americani direbbero che è responsabilità degli individui, degli affari e delle compagnie sostenere lo sviluppo dell’Economia Creativa. I governi non possono assumersi la responsabilità di creare grandi compagnie, perché non hanno le capacità e la predisposizione a farlo. A meno che non si decida di seguire il percorso intrapreso dalla Cina, dove è accettato che le compagnie vengano regolate ed influenzate dallo Stato; ma questo metodo non incontra i favori delle compagnie europee. I governi possono contribuire occupandosi di educazione, supportando finanziariamente le start-up, regolando il sistema fiscale e semplificando la burocrazia – in particolare per i Paesi mediterranei come Spagna, Francia, Italia e Grecia dove in molti casi, a partire dagli anni ’50, le norme sono diventate troppo restrittive, troppo complicate e stanno rallentando il processo di sviluppo delle nuove imprese. Ciò nonostante, l’abilità dell’Europa di sviluppare grandi compagnie, di generare ricchezza che possa essere mantenuta in Europa invece di spostarsi in America dipende dalle imprese. Non credo che il governo abbia un ruolo preponderante in questo: dipende piuttosto dalla cultura, dalla mentalità degli europei“.

Anche perché, a proposito di rischi, solitamente i Governi tendono ad evitarli il più possibile, non è così?

“Sì. C’è un conflitto di base tra i principi dell’Economia Creativa ed i principi del governo: i principi del governo si ispirano alla produzione di normative, alla ricerca di stabilità e di fattori di rischio molto bassi; i principi dell’Economia Creativa, invece, si ispirano a libertà, rischio e innovazione. E’ molto più semplice, molto più rassicurante per un governo sostenere la creazione di infrastrutture – come strade, ospedali, scuole ed edifici – perché sono certi che, commissionando un edificio, questo verrà costruito più o meno a tempo debito e più o meno nei termini di budget. Supportare persone creative, inventori, designers e assumersi rischi riguardo all’innovazione, confligge con i principi essenziali di buon governo: un politico, un legislatore, un ministro possono intellettualmente comprendere le arti e la cultura a livelli molto elevati ed in profondità; ma, nel proprio ruolo di ministro, il funzionario pubblico si troverà comprensibilmente in difficoltà nel supportare la creatività e l’innovazione nello stesso modo in cui può supportare infrastrutture, proprietà, edifici e grandi compagnie che operano in quella che definisco come l’“Economia ripetitiva” del manifatturato e dell’assemblaggio. Inoltre, l’Economia Creativa non riguarda soltanto la produzione di beni e ciò contribuisce a rendere la questione del supporto ancora più complicata per i governi: perché i governi sono molto abili nell’influenzare l’offerta, possono sussidiare agevolemente le persone che producono prodotti, ma non possono – e non devono – influenzare la domanda. E l’Economia Creativa non è soltanto un’economia di offerta: è un sistema di domanda e offerta al contempo”.

Quindi cosa possono fare gli imprenditori per sviluppare e consolidare le proprie imprese creative?

“Se consideriamo il modo in cui la Creatività si è affermata con successo in qualsiasi periodo storico ed in qualsiasi luogo, ciò è sempre dipeso dallo sforzo degli individui di promuoverla e di affermarla: è sempre dipeso dalla volontà e dalla capacità di un buon numero di individui che, potendo godere di un certo grado di libertà, hanno avuto una buona idea ed una certa sensibilità nei confronti del mercato. Sta agli individui prendersi la responsabilità delle proprie idee, la responsabilità di svilupparle, di argomentarle con passione e di imparare a gestirle bilanciando ciò che intendono offrire con ciò che il mercato richiede. Credo che questa sia l’essenza della Creatività e l’essenza dell’Economia Creativa: non si tratta solo di avere una buona idea, ma anche di avere la percezione che il mercato la vuole. E poi comprendere come inserirla nel commercio. Molti creativi, inventori ed investitori, invece, tendono a dimenticarsi della commercializzazione e delle vendite”.

Crede che le nuove tecnologie informative e comunicative stiano contribuendo in maniera significativa alla promozione dell’Economia Creativa? E riguardo ad Internet: lo considera un “alleato” o un “nemico” della Creatività?

“Per quanto riguarda Internet, non sono certo sia l’uno o l’altro; credo stia senza dubbio cambiando molte cose: il modo in cui diamo valore al lavoro, il modo in cui il lavoro viene ripartito, il modo in cui gli affidiamo un prezzo, così come sta cambiando la “value chain”, la catena di valore del commercio. Sta permettendo a sempre più persone di creare, di avere accesso al mercato ed in particolare sta rivoluzionando l’industria musicale, dello spettacolo, dei video, del testo e delle pubblicazioni. Ci sono vincitori e vinti quindi non credo che Internet sia una cosa sola: penso sia una pluralità di cose, in grado di mutare molto velocemente“.

Qual’è la sua più grande speranza, fiducia o il suo più grande timore per l’Economia Creativa nel prossimo futuro?

“Credo che ciò a cui assisteremo sarà allo sviluppo di differenti elementi di creatività a velocità diverse. Sta cambiando la scuola, l’educazione e l’apprendimento; la pianificazione urbanistica delle città e le relazioni stesse tra città; le modalità di fare ricerca, la nostra abilità ed il nostro desiderio di confrontarci con le sfide più importanti del nostro tempo come povertà, scarsità di cibo, di acqua, surriscaldamento globale e conflitti religiosi. Sta influenzando tutte queste importantissime sfide allo stesso tempo. E la sua influenza continua a crescere. Ma non si tratta in alcun modo di uno sviluppo lineare, omogeneo: in alcune zone del mondo la Creatività cresce, in altre no. Io credo sia una delle influenze più importanti su come noi immaginiamo noi stessi e le società in cui vivremo nel futuro prossimo”.

Qual’è stata la sua reazione al risultato del recente referendum della “Brexit”?

“Sono stato molto deluso dal voto: sono un europeo convinto, un londinese convinto, un britannico convinto e credo che tutte queste identità si supportino in modo interdipendente. Ho lavorato molto con la Commissione Europea e con il Parlamento e sono stato deluso dal comportamento del Regno Unito. Le Industrie Creative della Gran Bretagna hanno votato tra l’ottanta ed il novanta per cento per stare in Europa, perché lavoriamo per le industrie creative dell’audio-visivo, della cultura, dell’arte e del patrimonio storico e noi vogliamo essere parte dell’Europa. Quindi una schiacciante maggioranza delle Industrie Creative ha votato per stare in Europa. Ma siamo una minoranza e abbiamo perso. Credo che ora molte persone del Regno Unito siano preoccupate riguardo al loro futuro perché le nostre politiche stanno andando incontro a cambiamenti epocali e non sappiamo in che modo potremo uscirne. Al momento il Paese è diviso e spero torneremo di nuovo uniti. Non so cosa succederà nei prossi 3/4 anni o quale sarà la nostra relazione con l’Unione Europea. Nessuno lo sa”.

Che consiglio darebbe ad un individuo che si trovasse nella condizione di non veder riconosciute e valorizzate le proprie capacità creative nel contesto in cui vive?

“Se vuoi essere creativo – che è un’occupazione difficile, dura e solitaria – e ti trovi in un contesto che non lo accetta, allora devi andare altrove. E se spostarsi non risulta possibile per ragioni politiche o perché ti manca il giusto passaporto o perché non puoi permettertelo, allora è una vera tragedia. Quello che l’Europa dovrebbe impegnarsi a fare è di garantire le circostanze che consentano alle persone di poter andare nei contesti in cui vogliono integrarsi, dove possono essere creativi e contribuire allo sviluppo della società“.

Per guardare l’estratto video dell’intervista pubblicato sul blog “Creativi di Fatto” su Il Fatto Quotidiano, clicca qui.

Chi segue ormai da tempo il nostro blog, sa bene quanto teniamo alla creatività, al suo significato originario, alla sua scoperta ed alla sua valorizzazione; e potete immaginare quanto ci si accapponi la pelle quando un termine così nobile viene mistificato e stravolto, reso impropriamente sinonimo di “bizzarria”, “inaffidabilità”, “velleità”, “capriccio”, “difetto” o, addirittura, utilizzato per esprimere “truffa” e “malafede” (ricordate la locuzione “finanza creativa”, coniata per definire uno dei fenomeni più aberranti e deleteri della nostra economia contemporanea?). Ha ancora senso parlare di Creatività in questi termini?

La Creatività oggi

La generazione definita dei millennials (ovvero dei nati tra i primi anni ’80 ed il 2000, conosciuta anche come generazione “Y”, “Globale”, “Di Rete” e considerata negli Usa quella con il più alto grado di educazione culturale e tecnologico di sempre), pare aver cominciato a riattribuire alla Creatività il significato ed il valore che le sono propri: e cioè non di frivola e fugace stravaganza pseudo-artistoidesca, bensì di una forma mentis che percepisce e riconosce i problemi come opportunità di sviluppo e che, per gli stessi, è in grado di immaginare, realizzare ed attuare risoluzioni inedite ed efficaci, attraverso un processo condiviso e partecipato di previsione delle conseguenze a medio/lungo termine.

Non un capriccio, insomma, nè una specie di “super-potere” per pochi incredibili talenti, bensì una capacità cognitiva ed operativa alla portata di chiunque venga supportato da un habitat ragionevolmente libero, stimolante, permissivo ed inclusivo.

L’habitat della Creatività

Esiste questo habitat? La risposta è sì. Nel 2001, il professore dell’Università di Lincoln ed autore britannico John Howkins pubblicò il libro “The Creative Economy” in cui definì l’Economia Creativa come “Il primo tipo di economia dove immaginazione e ingegno determinano ciò che le persone vogliono fare e produrre. E – prosegue – ciò che vogliono acquistare”.

Con quel libro e le riflessioni contenute, Howkins popolarizzò il concetto di economia creativa ed esplicitò quelli che considerava i tre principi cardine affinché essa potesse prosperare.

  • Il primo afferma che:

Qualsiasi essere umano nasce creativo, è in grado di immaginare ed ha il desiderio di mettere a frutto la propria immaginazione

  • Il secondo:

“Per poter essere espressa all’interno della società, la creatività ha bisogno di un grado sufficiente di libertà

  • Il terzo:

“Le persone creative, oltre a veder riconosciuta la propria creatività e a poterla esprimere, devono avere accesso ad un mercato aperto, inclusivo, onesto, trasparente ed efficiente

Il dibattito all’estero

Il dibattito si diffuse tra numerosi educatori, studiosi, economisti ed amministratori pubblici, soprattutto in America, Regno Unito, Giappone e Cina.

I quali si trovarono concordi nel ritenere che la creatività stesse assumendo nei confronti dei nuovi sistemi economici del terzo millennio lo stesso ruolo che il manifatturato e la meccanica avevano svolto per le economie fino al concludersi del secondo: ovvero, di competenza e requisito primo e sommo per essere lavoratori utili alla collettività, in grado di contribuire allo sviluppo della nuova società globale iperattiva, ipertecnologica, iperconnessa ed in continua trasformazione.

Nuovi tipi di transazioni economiche: dal credito al merito

Da allora, governi di tutto il mondo si sono sforzati nell’intento di comprendere le ricadute sociali, culturali, produttive ed occupazionali dell’economia creativa e le caratteristiche di quegli insiemi di risorse umane (soprattutto appartenenti alla generazione dei Millennials) che, in scala sempre più diffusa e nel solco delle emergenti economie della condivisione e della conoscenza, hanno incominciato ad interagire economicamente attraverso transazioni in prevalenza non finanziarie, bensì di mutuo scambio di ingegno e di competenze.

In sostanza, al valore del capitale va via via sostituendosi il valore della capacità (o proprietà) intellettuale.

Esempi di “habitat creativi”

Habitat (o “hubs”) creativi sono sorti in tutto il mondo con l’intento di trasformare un’economia informale, ancora in fase di genesi e di conformazione, in modello di sviluppo compiuto e sostenibile: come il polo collaborativo “The Creative Exchange”, fondato dal Consiglio di Arts & Umanities Research di Swindow e che coinvolge le Università di Lancaster, di Newcastle e la Royal College of Art nel Regno Unito; la Commissione “Mississippi Arts” di Jackson negli Stati Uniti; la “Shanghai School of Creativity” in Cina.

E molteplici altri che considerano le idee come una vera e propria moneta di traffico ed in cui le transazioni avvengono tramite l’interscambio creativo dell’ingegno di ogni risorsa individuale o di gruppo, in qualsiasi ambito di applicazione disciplinare (che si tratti di umanistica, di scienza, così come di arti o di mestieri).

Condividere la Creatività: come funziona

Lo scambio riguarda idee che, per natura, sono astrazioni immaginarie, e che chiunque può suggerire (tanto studenti-bambini quanto studenti-adulti; tanto professionisti alle prime armi quanto imprenditori esperti); per diventare Economia, le idee devono dunque passare attraverso una fase di concretizzazione, di prototipazione, di test e di raffinazione; una volta pronte e rese servizi o prodotti reali, vengono quindi offerte al mercato di riferimento, locale e globale.

L’intero processo, dall’ideazione alla vendita, avviene attraverso processi inclusivi di collaborazione, che possono prodursi in ambienti fisici ed anche essere facilitati attraverso il web. I lavoratori creativi (non solo designers, video-makers, musicisti, ma di qualsiasi categoria, tra cui programmatori, architetti, ingegneri, pubblicitari, professori e artigiani) guadagnano una volta ricavati gli utili dal mercato e proporzionalmente al contributo creativo offerto da ognuno mentre, durante il processo creativo di sviluppo, vengono sostenuti dagli habitat o hubs di interscambio creativo.

In Europa, una recente indagine ha calcolato il contributo che le attività creative offrono all’economia dell’Unione, stimandolo 500 miliardi di Euro (pari al 3% del Pil europeo) per un totale di 6 milioni di impieghi. E siamo solo all’inizio di un percorso che influenzerà l’economia globale per i prossimi decenni.

La Creatività in Italia

E in Italia? Sono evidenti le spinte e sempre più numerose le realtà private e pubbliche che sostengono, credono ed operano per favorire la Creatività nel solco della collaborazione, utilizzando la rete come facilitatore comunicativo e operativo e i Fab Lab, gli incubatori e gli spazi di co-working come aggregatori di incontri e di interscambi fisici.

Ma una vera e propria discussione attenta sul tema non si è ancora aperta, né diffusa a tutti gli strati di società; il che ci può portare al rischio di mantenere una considerazione vaga e approssimata sul significato di Creatività e sui vantaggi che derivano da una sua adeguata valorizzazione in ogni individuo ed in ogni settore produttivo.

Accorgerci dei benefici dell’Economia Creativa in gran ritardo rispetto ad altre parti del mondo potrebbe tradursi in una grave incapacità a preparare l’habitat di sostegno nel modo più opportuno, che sia in grado di comprendere come includere in maniera collaborativa piuttosto che escludere in maniera competitiva l’intera generazione dei Millennials, garantendo loro nonché alle leve future – già definite “Generazione Z” – il sostegno necessario per uscire dalla Grande recessione.

Siamo pronti?

Nel 2014, l’Organizzazione Internazionale per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico ha dichiarato che “la Creatività e l’Innovazione stanno guidando la nuova economia, rimodellando intere industrie e stimolando la crescita inclusiva”: siamo pronti ad entrare in una nuova era di relazioni e di sviluppo?

In questo nuovo episodio di IntArtView With ci perdiamo tra i meandri creativi dell’arte fumettistica. E cerchiamo di ritrovare la “diritta via” insieme ad un Virgilio davvero di eccezione, considerato tra le menti più geniali e le grafie più influenti della fumettistica italiana contemporanea: insieme a Marco “Makkox” Dambrosio, ci domandiamo come la “Letteratura Disegnata” stia affrontando le nuove sfide dell’era digitale ed in cosa consiste il processo creativo che, a partire dalla concezione di un fumetto, porta alla sua realizzazione e condivisione con i lettori.

Qual è il potere evocativo della musica? Facciamo un salto nel tempo: due secoli fa, secondo Wagner “…la musica, invece di esprimere – al pari della parola – ciò che viene solo pensato, esprime la realtà”; il clima culturale in questa parte di mondo (l’Europa) era impregnato di Romanticismo, generato da sentimenti tempestosi e da slanci d’impeto rivoluzionari per nulla affievoliti.

Eppure, anche nella frenesia tecnologica dell’era moderna, quella definizione resta forse ancora attuale: e cioé la convinzione che musica e suoni non “parlerebbero” di gioia o di dolore, né di grazia o di tormento, bensì avrebbero la capacità di ricreare quei sentimenti attraverso frequenze, melodie ed armonie ordinate, offrendo alla sensibilità ed all’acume di chi le ascolta la loro esperienza diretta e coinvolta. Una sorta di “stampanti 3D” delle emozioni, scoccate dall’arco del testimone (il musicista) con l’obiettivo di trafiggere l’uditore, sensibilizzandolo. E la cosa prodigiosa – in questo caso ci spostiamo di più di cent’anni – è che, secondo Bob Marley, “quando ti colpisce, non ti procura dolore”, ma aumenta il tuo grado di coscienza della realtà.

E’ ancora così? La musica ha la capacità (e la facoltà) di raccontarci la verità di ciò che proviamo, tanto come individui quanto come comunità più o meno significativamente (e globalmente) estese?

Lo abbiamo domandato a Horacio Durán Vidal, fondatore nel 1967 del leggendario gruppo Inti Illimani e dal 2004 membro degli Inti Illimani Histórico: in questo episodio di IntArtView With, insieme a Horacio cerchiamo di capire quale sia il potere evocativo della musica ed in cosa consiste il processo creativo che porta, attraverso il suono, all’espressione del sentimento. Sentite cosa ci ha risposto!

La Democrazia è una pratica di governo che affida la sovranità degli strumenti amministrativi (ovvero il potere – “cràtos” – legislativo, esecutivo e giudiziario) all’insieme dei cittadini di un determinato territorio organizzato in Stato (ovvero il popolo – “démos”). Se escludiamo violente – e purtroppo numerose – deviazioni di percorso, nel corso della nostra storia la sovranità popolare si è sempre democraticamente manifestata attraverso l’esercizio del voto.

Oggi l’Italia è una Democrazia definita “indiretta” ed il voto serve prevalentemente ad esercitare un potere demandato: ovvero, serve ad affidare quei poteri a rappresentanti pro-tempore che, pur investiti dell’onere di garantire un corretto equilibrio tra maggioranze e minoranze elettorali, hanno il compito di scegliere quali misure e politiche adottare per il benessere collettivo su mandato (o, potremmo dire, “al posto”) della cittadinanza.

Complici gli avanzamenti tecnologico-comunicativi dell’era informatica e certamente anche i numerosi episodi di manifesta difficoltà da parte dei rappresentanti di operare scelte politiche efficaci e d’interesse generale che caratterizzano la storia recente, tanto in Italia quanto nel resto del globo assistiamo oggi ad una sempre maggiore richiesta di partecipazione attiva della cittadinanza nelle scelte politiche dirette e ad una sorta di riproposizione delle pratiche “classiche” di democrazia partecipativa.

Ma quali sarebbero i benefici derivanti da moderni sistemi di Politica Partecipata? L’abbiamo domandato a Luigi Di Maio, vice-presidente della Camera dei Deputati, che in questo episodio di IntArtView With ci illustra alcuni esempi di attuazione di Democrazia Diretta già in essere e ci mostra in cosa consiste il processo creativo nella realizzazione di una legge.

Cosa succede quando il cinema indipendente incontra la rete? E quando registi, autori, operatori, attori e spettatori si organizzano spontaneamente per condividere le fasi di produzione e di distribuzione? Forse è il caso di dirlo: un miracolo.

Fare cinema in Italia oggi è un’impresa titanica, caratterizzata da percorsi impervi che attraversano enormi distese di disinteresse e di approssimazione, circondate in prevalenza da “terreni di coltura” che da tempo hanno deciso di prediligere l’intrattenimento inconclusivo e a buon mercato all’approfondimento di evasione, di scoperta, di talento e anche di coraggioso azzardo e sperimentazione.

La meravigliosa, poetica, fantastica e raffinata maestria raggiunta dal cinema italiano all’inizio del secondo dopoguerra ha oggi il sapore amaro e cinico dell’impossibile: appare come un traguardo non più raggiungibile a causa di un sistema irrimediabilmente inceppato, torvo e insipido. Eppure, il fermento non cessa di ribollire: e se non trova nelle majors l’humus adatto per potersi esprimere, perfezionare ed in cui crescere, lo cerca (e spesso trova) in rete.

In questo episodio di IntArtView With, insieme al regista e produttore Thomas Torelli – autore di “Un Altro Mondo”, “Sangue e Cemento”, “Mater Lagunae”, “Inchiesta sull’11/9” e di “Food ReLOVution” – percorriamo i nuovi sentieri del Cinema 2.0 e cerchiamo di comprendere in che modo la rete stia favorendo l’emergere e l’affermarsi di nuove e virtuose produzioni e distribuzioni cinematografiche.

“Verificare? Oggi ed in quest’epoca? Chi se ne frega di verificare qualcosa?! E’ tutta questione di velocità. Chi arriva primo determina cos’è vero. Lo sai tu e lo sanno tutti”. Affidando queste parole ad un personaggio fittizio di uno dei suoi romanzi di maggior successo internazionale, lo scrittore statunitense David Baldacci ha messo in dubbio un preciso concetto, espresso retoricamente con l’interrogativo: perché affannarsi a ricercare la verità quando si può semplicemente, velocemente ed efficacemente crearla “ad arte”?

A differenza del personaggio di Baldacci, questa pratica travisatrice e manipolatoria di alterazione della realtà è tutt’altro che fittizia: prende il nome – tra i tanti che le sono stati attribuiti nel corso della storia – di “gestione della percezione” e consiste nel trasformare una verità fattuale in una verità amministrata, in grado cioè di raggiungere l’obiettivo di persuasione di chi la crea, qualunque esso sia, attraverso un’operazione di distorsione arbitraria. Un tempo, questa tecnica veniva utilizzata prevalentemente per scopi politico-militari, mentre oggi i sistemi di gestione della percezione si sono largamente diffusi a qualsiasi livello del tessuto sociale e raffinati fino ad essere assurti a pieno titolo di materia di scienza o, come nella definizione di Edward Bernays, nipote di Sigmund Freud, di “ingegneria del consenso”.

E il giornalismo che ruolo gioca oggi in questo scenario? Predilige la ricerca della verità oppure il suo travisamento persuasivo? Lo abbiamo domandato a Riccardo Iacona, giornalista e conduttore televisivo, che in questo episodio di IntArtView With ci parla della natura, del ruolo e degli obiettivi del giornalismo d’inchiesta che produce e divulga dagli anni ’80, svelandoci in cosa consiste il processo creativo nella scoperta, nella conformazione e nella divulgazione di una notizia.

Quasi cento anni fa, il poeta Gibran scrisse: “Vorrei poter raccogliere le vostre case nella mia mano, e come un seminatore spargerle nella foresta e sul prato. Vorrei che le valli fossero le vostre strade, e i verdi sentieri i vostri viali, perché possiate cercarvi l’un l’altro tra i vigneti, e giungere con la fragranza della terra sui vostri abiti”.

E’ probabile che molti di noi, soprattutto quanti – volenti o nolenti – si sono trovati immersi in metropoli e agglomerati urbani, abbiano ritenuto più opportuno confinare questi pensieri entro il reame del poetico, dell’utopico, dell’impraticabile, considerando la visione del loro autore più una sublime e ideale speranza che una previsione di scenario realisticamente attuabile.

Eppure, nel 1923, la “profezia” di Gibran poteva già vantare illustri esempi di attuazione ben più che immaginari: come la prima città giardino europea, fondata vent’anni prima nella contea dell’Hertfordshire, a nord di Londra, e ispirata ai principi urbanistici di Sir Ebezener Howard; o il distretto di Woodbourne in provincia di Boston, Massachusetts, sorto tra il 1890 ed il 1933 come città forestaGarden City a Long Island, 30 km ad est di Manhattan, fondata nel 1869; e innumerevoli altri in Canada, Brasile, Argentina, Australia, Indonesia, Vietnam, Marocco, Sud Africa e Giappone.

In tutti i casi, le città giardino vennero realizzate con lo stesso obiettivo di contrastare il crescente e preoccupante degrado del territorio e del suolo, dovuto all’industrializzazione delle città e delle campagne, confidando nella possibilità di una più armoniosa convivenza tra l’artificio (le macchine) e il naturale (le piante).

Anche in Italia le città giardino hanno da allora prosperato, e continuano a farlo: in questo episodio di IntArtView With, insieme ad Antonio De Falco – presidente della Libera Scuola di Agricoltura Sinergica “Emilia Hazelip” – ci domandiamo quanto continui ad essere essenziale un’attenta ed accorta cura del suolo naturale ed in che modo essa possa garantire la salute della Terra e dei suoi abitanti, portando le aree di residenza, di industria e di coltivazione ad un maggior equilibrio armonico di reciproco rispetto e di mutuo soccorso, scoprendo gli innovativi metodi proposti dalle tecniche dell’Agricoltura Sinergica.

Il vuoto è una delle componenti fondamentali dello spazio: si nutre di materia, il suo opposto, e insieme ad essa compone la realtà che percepiamo in ogni sua parte, dalla più microscopica alla più voluminosa. Confrontarsi con il vuoto, per noi esseri umani, è da sempre una sfida a raffrontarci con uno dei timori che maggiormente ha caratterizzato e definito le nostre più profonde ossessioni e paure: il nulla.

Vi è un precario equilibrio tra il senso del nulla che ci attanaglia contro il senso del tutto a cui aspiriamo e nelle varie epoche flotte di pensatori, architetti, filosofi e ingegneri hanno tentato di misurare questo equilibrio nella speranza di poterlo comprendere e finalmente accettare.

In questo episodio di IntArtView With, insieme all’architetto e scenografo Francesco Fassone scopriamo l’importanza del ‘nulla’ nell’arte scenografica, domandandoci come sia possibile affrontare la composizione dello spazio sfidando e violando il vuoto, inserendo in esso elementi e simboli in grado di potenziare la narrazione di un racconto teatrale.

Ogni generazione ha una storia da raccontare: la propria. Spesso in totale discontinuità con quella della generazione precedente: cambiano i gusti, le aspirazioni, gli interessi, le condizioni, ed ove tra il “vecchio” ed il “nuovo” si acuisca un’apparente incomunicabilità e non si trovino punti di contatto né accordi per una civile convivenza, allora si ricorre allo scontro oppure si erigono muri di limite, di segregazione e di confine.

In questo episodio di IntArtView With, il docente, concertista, compositore e produttore Vittorio Muò ci parla di uno dei tanti muri costruiti durante la nostra storia recente: non un muro di mattoni, di pietre o di cemento, bensì un muro culturale innalzato per distinguere la musica considerata solenne, sacra e regale dalla musica ritenuta dissacrante, profana e popolare. Attraverso Tchaikovsky ed i Beatles, il maestro Muò ci offre una testimonianza preziosa degli sforzi compiuti da una generazione di musicisti nel tentativo di riconoscere ed elevare la musica di innovazione sperimentale al rango della musica di tradizione classica.

Panta rei“. Ovvero: “Tutto scorre”. Chissà se vale ancora questa massima del pensiero. In epoche di stagnazione e di pantano, siamo forse più propensi a ritenere che il divenire – inteso come cambiamento – non ci possa riguardare e che l’aforisma di Eraclito trovi meno riscontro reale del detto gattopardesco secondo cui tutto cambia affinché, in realtà, nulla cambi mai. Eppure, tanto in politica e in economia quanto nell’arte, non mancano certamente innumerevoli effervescenze che, instancabilmente, propongono rinnovamentotrasformazione, assumendosi spesso in solitudine il rischio di sperimentare nuove soluzioni e di sfidare il “consueto”.

In questo episodio di IntArtView With, insieme ad Aldo TortaStefano Botti e Paolo De Santis della Compagnia di ricerca artistica Tecnologia Filosofica di Torino, ci domandiamo quanto la contaminazione tra i generi possa offrire una spinta propulsiva verso l’innovazione artistica; come la danza, la musica ed il teatro stiano affrontando questo periodo di transizione, proponendo soprattutto alle nuove generazioni alternative ai modelli consolidati; e quali siano le sfide da affrontare durante il processo creativo che porta alla realizzazione di uno spettacolo dal vivo.

Riferendosi all’esperienza presidenziale di Salvador Allende, in uno dei suoi libri di maggior successo la nipote Isabel ricorda: “Metà della popolazione (cilena, ndr) temeva che conducesse il paese verso una dittatura comunista e si accinse ad impedirlo a ogni costo, mentre l’altra metà festeggiava l’esperimento socialista con murales di fiori e colombe” (tratto da “Paula”, 1995, di Isabel Allende). Dopo soli tre anni di governo, il giorno 11 Settembre 1973 il presidente Salvador Allende fu deposto e perse la vita a seguito del feroce colpo di stato del generale Augusto Pinochet, che per i successivi 16 anni guidò la nazione come dittatore, macchiandosi di crimini contro l’Umanità.

La parte di popolazione che aveva accolto il governo di Allende come una “primavera” di rinnovamento fu barbaramente costretta a interrompere i festeggiamenti: i murales vennero distrutti, gli artisti e gli intellettuali simpatizzanti vennero perseguitati, imprigionati e, al peggio, torturati e uccisi. Per alcuni, l’unica salvezza fu l’esilioEduardo “Mono” Carrasco – uno dei fondatori della storica “brigada” muralistica Ramona Parra – fu tra i giovani artisti che sostennero Allende, cospargendo la città di Santiago “di fiori e colombe”: a pochi mesi dal golpe, fu costretto a rifugiarsi in Italia, dove trovò asilo per l’intero mandato del generale Pinochet.

In questo episodio di IntArtView With, il grande artista Carrasco ci mostra in cosa consiste il processo creativo nella realizzazione di un murale e ci guida alla scoperta delle origini dell’arte muralistica cilena: dalle primissime forme di espressione pittorica, passando attraverso la censura e le perseguitazioni politiche, per arrivare al riconoscimento del muralismo come arte nazionale a seguito della caduta del regime del 1989.

Per maggiori approfondimenti, rimandiamo al libro “Inti-Illimani_Storia e Mito”, scritto da Eduardo “Mono” Carrasco ed edito da Edizioni Il Margine, a questo link, e al sito personale dell’artista visitabile a questo link.

Stella Adler (leggendaria insegnante di recitazione di innumerevoli attori e attrici divenuti a loro volta leggenda, come Marlon Brando, Robert De Niro e Dolores del Río) diceva: “Il teatro è la radiografia spirituale e sociale del suo tempo; è stato creato per raccontare alle persone la verità della vita e la verità della condizione sociale”.

Non stupisce, dunque, se lo “spettacolo” per eccellenza sia stato così di sovente considerato sgradito e inviso a detentori di poteri e di segreti ritenuti esclusivi, insvelabili, a fasi alterne ma continue nella storia, ed abbia dovuto affrontare le più agguerrite vessazioni fino a piegarsi all’oppressione e alla censura.

Tuttavia, pur senza spezzarsi. Perché anche oggi, anche in Italia, vibra con forza e con passione un fermento di nuovi teatranti che hanno deciso di innovare ispirandosi alle origini, per riportare in vita un palcoscenico dove tutto è sempre finto e nulla è mai falso.

In questo episodio di IntArtView With, l’attrice e regista teatrale Thuline Andreoni ci offre una testimonianza preziosa di quel fermento e ci svela in cosa consiste il processo creativo nella creazione di un personaggio e di uno spettacolo teatrale.

Ho sempre desiderato essere musica. Non soltanto padroneggiare uno strumento per riprodurla, ma essere musica: ossia vibrare all’unisono con i sentimenti sprigionati da tutto ciò che vive, comprenderne l’essenza e ‘farmi strumento’ per esplicitarla a mia volta. Quando ero piccolo, la musica era per me racconto, indagine e intrattenimento: quello che non imparavo a casa o a scuola, mi pareva di impararlo attraverso i suoni. Ricordo le suggestioni così potenti e mai sgarbate di compositori e di autori immortali che si servivano di frequenze e melodie per descrivere la realtà in una forma universalmente comprensibile, chiara e piena di senso, anche nell’esprimere dubbio e incertezza: ho vibrato carico di pietà ascoltando Mozart, carico di euforico entusiasmo ascoltando Beethoven, di nostalgia straziante ascoltando Debussy, di mistero macabro ascoltando Orff e di caotico panico ascoltando Ligeti. Mi pareva di comprendere lo spirito dei francesi tramite la voce di Edith Piaf, il sapore sensuale dell’Andalusia tramite Segovia e Paco De Lucia, l’odore acre delle colonie tramite Robert Johnson e Aretha Franklin, la vastità grandiosa e spoglia dell’Africa affranta, coraggiosa e piena di speranza tramite Miriam Makeba.
Ho desiderato tanto essere musica da bambino e lo desidero ancor di più ora che sono grande. Ma non credo di potermi realizzare in questo. Non adesso, per lo meno. Non adesso che la musica è mortificata, ridotta a carcassa deperita, privata della sua funzione e derisa da un folto ed accanito manipolo di affaristi di passaggio: la musica ridotta ad espressione di intrattenimento a tutti i costi, svuotata di senso per motivi di profitto e riempita di distrazioni frastornanti per motivi di ‘ordine pubblico’.
Non utilizziamo più la musica per raccontare noi stessi, ma ci ostiniamo a ripetere storie passate di cui non siamo stati testimoni. Scimmiottiamo scenari sonori altrui e, così facendo, continuiamo a descrivere tempi che non ci appartengono e a trascurare quelli in cui viviamo. E anche se l’intento fosse quello di tramandare la storia di quelle epoche, perché non lasciare, quanto meno in prevalenza, che siano loro a parlarne, con le loro voci ed attraverso i suoni che hanno pensato, modulato, architettato e ingegnerizzato da pionieri senza pari? Noi parliamo di noi.
Per anni ho suonato in centinaia di concerti ed incontrato talenti indiscutibili, capaci e meritevoli. Eppure nessuno ce l’ha fatta. Nessuno. Anche il carisma più evidente e coinvolgente è stato lasciato solo, al suo warholiano quarto d’ora di celebrità per poi essere relegato, nella migliore delle ipotesi, alla sua piccola nicchia di sostenitori irriducibili. Forse perché non vende? No, questo è un falso mito: strategie di mercato efficaci vendono anche l’invendibile e la loro influenza è tale da poter attrarre centinaia di milioni di persone che, seguendo la moda imposta, cliccano – ad esempio – miliardi di volte un brano su YouTube che non sa di nulla, né aggiunge alcunché di interessante o di nuovo nel vocabolario musicale.
Penso a John Lennon, Paul McCartney, Freddie Mercury, Jimi Hendrix, Roger Waters, Joni Mitchel, Janis Joplin,Bruce Springsteen, Bob Dylan, Nusrat Fateh Ali Khan, Jeff Buckley, Michael Jackson, Angus Young e a tutti i grandi del Rinascimento musicale del XX secolo, e li rimpiango. Più ancora, rimpiango le condizioni che hanno permesso ai loro talenti di svilupparsi e di raggiungere risultati così elevati e così spesso sublimi. Mi hanno ispirato, consolato, guidato, e ora mi sento orfano. Peggio, mi sento in una certa misura compartecipe nel non aver messo a frutto l’eredità che hanno consegnato ai nostri tempi affinché la musica evolvesse in forme ancor più ricche e stupefacenti, usando quel vasto patrimonio come trampolino per raggiungere vette assai oltre. Il loro spirito è vivo, non ho dubbi; ciò che mancano sono le condizioni affinché questo spirito, ora, si sviluppi.
Se fossi certo di potere avere un desiderio esaudito, mi rivolgerei proprio a quanti tra di loro ancora operano nella musica ed esprimerei questo: riunite le forze e passate il testimone. Aiutateci a produrre lo stesso tipo di esperienze sonore in cui avete creduto e permettete ai tanti fiori che vengono estirpati anzitempo di crescere ed emanare le loro fragranze in tutto il loro potenziale. Affinché possano nuovamente porsi al servizio della musica per raccontare chi siamo, cosa desideriamo e cosa temiamo.

32.000 anni di racconti: senza dubbio, il testimone più longevo dello sguardo che l’essere umano abbia rivolto alla realtà è la pittura. Attraverso forme, colori, proporzioni, prospettive, ha svelato il “dato reale” con l’obiettivo di comprenderlo, forse anche di appropriarsene, riproducendolo nella più puntigliosa e fedele verosimiglianza oppure stravolgendolo a piacimento e necessità dello stato d’animo dell’osservatore.

Innumerevoli tecniche sono servite a tradurre in immagini il rapporto del pittore con l’esterno e con se stesso: confessioni talvolta sublimi, talvolta irriverenti, spesso strazianti o addirittura incomprensibili, ci hanno chiesto di sostare di fronte a punti di vista altrui che, per alcuni eterni istanti, sono diventati nostri ed hanno ampliato l’orizzonte della nostra percezione.

In questo episodio di IntArtView With, insieme alla pittrice iperrealista piemontese Giorgia Oldano scopriamo in cosa consiste il processo creativo in ambito pittorico: dall’osservazione della realtà alla sua rappresentazione, passando attraverso la rielaborazione intima del dato reale e le incredibili tecniche della pittura iperrealista.

Thomas Li Vigni è un graphic designer e digital painter di origini italiane. Nato a Villeurbanne nel 1987, Thomas si è diplomato alla Scuola di Graphic Design “Albe Steiner” nel 2006 ed ha frequentato la “Accademia Albertina delle Belle Arti di Torino” ad indirizzo pittorico, conseguendo la Laurea ed il Master.

Specializzato in digital painting, Thomas lavora principalmente al computer e stampa i rendering dei suoi incredibili lavori su supporti multipli. I risultati sono opere artistiche che fondono pittura, fotografia, graphic design e moda in un tutt’uno davvero stupefacente e carico di ispirazione, alla continua ricerca di nuovi orizzonti di espressione e di sperimentazione pittorica.

E’ possibile visionare tutti i lavori, avere maggiori informazioni e trovare i contatti del digital painter Thomas Li Vigni visitando il sito www.thomaslivigni.com.

Per visualizzare l’articolo e partecipare alla discussione su ilfattoquotidiano.it, visita il link http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/03/26/il-digital-painting-dalla-tela-al-tablet/925521/

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